L'antichissimo rito della Festa del Drago

"Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita" - Dino Campana, Canti Orfici.
Home
Storia Medioevale



L'antichissimo rito della Festa del Drago


di Giuseppe Dalmonte

da: In Piazza, maggio 2013


Mentre i giovani rionali si stanno per accalorare per le nuove sfide della Giostra della Bigorda e del Niballo, che ogni anno nel mese di giugno riaccendono gli animi e le rivalità  fra gli storici quartieri medievali faentini, il pensiero e il ricordo dei soci più anziani vanno invece spontaneamente e nostalgicamente alle sfide e alle rivalità della loro giovinezza evocanti sia la conquista dei primi palii per il proprio rione, sia le lotte per “la conquista della torre civica”,o la contesa goliardica a suon di “epiche bagnate” con autobotti in giro per la città, di sfottò in rime volgari o qualche aspra scazzottata con insulti pungenti. Tuttavia le accese contese e aspre rivalità fra i Rioni faentini che caratterizzarono particolarmente il primo decennio di vita del moderno Palio del Niballo, se confrontate sul piano storico con quelle dell’età rinascimentale, appaiono oggi più moderate e meno cruente delle zuffe furibonde tra le fazioni di un tempo.
La festa del Drago si celebrava nei giorni precedenti la festa dell’Ascensione, durante le Rogazioni Maggiori, caratterizzate da celebrazioni liturgiche molto seguite nelle nostre campagne perché con processioni propiziatorie s’invocava l’aiuto divino per ottenere la fecondità dei campi e allontanare i flagelli della peste, della carestia e della guerra.
Secondo alcuni cronisti faentini questa cerimonia era una consuetudine antica introdotta in Faenza “sino dai tempi dei Manfredi, che si costumava ancora in molte città della Francia, …. di portare nel tempo delle Rogazioni quelle tre mattine un Drago di onesta grandezza in cima ad un’asta”. Il terzo giorno la processione, guidata da un chierico che portava lo stendardo con l’effigie del drago, partiva dalla Cattedrale, e dopo aver attraversato il Borgo Durbecco e la Porta dell’Ospitale, ora delle Chiavi, si dirigeva sulla via di S. Lucia delle Spianate fino ad una località, chiamata ancora dai vecchi d’un tempo Croce del Drago. Qui giunti, il sacerdote al termine della funzione, montato sulla base della Croce stessa, gettava lo stendardo con l’insegna del drago sulla folla dei ragazzi e dei bambini che si avventavano con foga sul trofeo lacerandolo per conquistarlo intero o almeno in parte.


Pianta Rondinini (particolare, 1630). Il cerchio in alto indica il posto ove era collocata la Croce del Drago in località Santa Lucia, il cerchio in basso a sinistra è indicata la Commenda, mentre il cerchio di sinistra indica S. Antonino.
Questa manifestazione col tempo cominciò a perdere il suo significato simbolico e con il progressivo coinvolgimento degli adulti nella gara per la conquista del vessillo si esasperarono le rivalità e le contese fra gli uomini dei quartieri faentini tanto da provocare scandali, omicidi, e disordini tra la popolazione, come afferma lo storico faentino Giulio Cesare Tonduzzi, che indica la cessazione definitiva dell’antica usanza nel 1536 imposta dall’autorità governativa.
Secondo un altro cronista, G. Zuccoli, fino a quando la gara era riservata “ai putti”, essa non provocò allarme e disordini, ma con il coinvolgimento degli uomini adulti si sviluppò la competizione esasperata fra i quartieri, e poiché il rione di Porta Ravegnana riportava sempre più spesso la vittoria conquistando il drago, scatenò ben presto le invidie e le gelosie dei membri degli altri quartieri cittadini. Questi cominciarono per tempo a radunare uomini robusti e coraggiosi, pronti a menare le mani contro gli avversari, a cui risposero con una contro-mossa quelli del rione di Porta Ravegnana per evitare lo scorno e l’umiliazione della sconfitta e trionfare sui rivali coalizzati.
Giunto finalmente il giorno della prova, “ognuno si vestì della sua livrea per esser distinto l’uno dall’altro, ed aveano abiti di panno lino, e di corame, con berettini in testa allacciati sino alla gola. Quei di Porta Ravegnana si tinsero sino il volto di color rosso, sì per distinzione dagli altri, sì per non aver a sbigottirsi in caso di sangue, che s’aspettavano s’avesse a spargere, et si avevano ordinato tra loro di voler levare loro il Drago dalle mani di chi lo portava nell’uscire che farebbe dal Duomo per fare la pugna più vicina al loro Quartiere ove avevano le case, nelle quali avevano uomini e armi ascose per soccorso in caso di bisogno”.
Quelli degli altri rioni vedendo quelli di Porta Ravegnana già schierati sulle scale della Cattedrale in attesa dell’uscita della processione fecero accorrere prontamente i loro seguaci che cominciarono a premere e ad aizzare gli avversari tanto che le scaramucce scoppiarono ben presto, prima che il drago comparisse sul sagrato. Chiosa il cronista “si accese la collera in ognuno, et lavorando il vino bevuto” ben presto la zuffa iniziata sulla scalinata della chiesa si estese alla piazza provocando gravi disordini che ebbero tra i protagonisti, un macellaio o beccaro, soprannominato il Vieta, “uomo fortissimo che con un pugno gettava morto un vitello” e un giovane di Porta Imolese, Girolamo Bettisi detto Ghiaro, altrettanto forte ma non quanto il primo. Infatti, nel corpo a corpo tra i due il Vieta con una scarica di pugni lasciò tramortito sul selciato il giovane del rione di Porta Imolese. La notizia del misfatto fece il giro della città e giunse subito al governatore e ai magistrati che fecero sgombrare immediatamente la piazza del Duomo e ordinarono di pubblicare prontamente un bando che, dietro la minaccia della confisca dei beni e della pena capitale, proibiva che il drago non si portasse più in processione né fuori dalla chiesa.


Home
Storia Medioevale